DENISE, LA RADICALITÀ DI UNA SCELTA E L’IPOCRISIA DEL POTERE DI VITTORIO TERESI

Denise, la radicalità di una scelta e l’ipocrisia del potere. Dichiarazione di Vittorio Teresi, presidente del Centro Studi Paolo e Rita Borsellino.

“La morte di Denise Cosco ci consegna una storia che non può essere confinata nella dimensione privata del dolore. Figlia di Lea Garofalo, Denise ha conosciuto giovanissima la violenza mafiosa nella sua forma più intima e devastante e ha avuto il coraggio di compiere una scelta radicale: rompere con quel mondo, scegliere la verità e la giustizia, assumendone fino in fondo le conseguenze. È proprio questa radicalità che oggi ci interroga. Perché alla nettezza della scelta compiuta da Denise fa da contraltare l’ambiguità di un sistema che proclama la propria intransigenza nei confronti delle mafie, ma che non sempre dimostra la medesima determinazione quando quelle mafie penetrano nell’economia, nel sistema produttivo, nell’impresa e nelle relazioni di potere. Ritengo che la morte di Denise Cosco debba ritenersi l’epilogo prevedibile della vita travagliata di una donna coraggiosa, determinata e libera che non ha potuto reggere con le sue sole forze all’ipocrisia del potere che, da un lato, continua a proclamare la propria avversione nei confronti delle associazioni criminali di stampo mafioso e dall’altro invece tollera con colpevole indifferenza le presenze di quelle stesse organizzazioni criminali nel panorama produttivo ed imprenditoriale del nostro Paese. Sono convinto che Denise non ha retto alla constatata incapacità dei poteri pubblici di troncare definitivamente i legami con le mafie. È in questa contraddizione che risiede il punto sul quale dovremmo avere il coraggio di interrogarci. A Denise, come a chiunque scelga di rompere con un contesto mafioso, è stata richiesta una scelta senza compromessi e senza ritorno. Una scelta capace di spezzare legami familiari, appartenenze e sicurezze, pagando un prezzo umano altissimo. Non possiamo allora accettare che la stessa radicalità non venga praticata dal potere pubblico quando le mafie smettono di mostrare il volto riconoscibile della violenza e assumono quello, assai più insidioso e apparentemente rispettabile, dell’economia e degli affari. È questo lo scarto che considero intollerabile: pretendere radicalità da chi rompe con la mafia e tollerare, invece, zone grigie e convivenze quando a dover essere radicali sono lo Stato, la politica, l’economia e le istituzioni. La vicenda di Denise ci pone quindi davanti a una domanda alla quale non possiamo sottrarci”.

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